Watchmen: Season 1 – Uccidere Un Dio

Due sono le  motivazioni che possono spingere un autore ad affrontare un classico scritto da un mostro sacro: una buona dose di coraggio oppure un’ancora più ampia quota di irresponsabilità che potrebbe portare a sopravvalutare le proprie capacità. Se quando era stato annunciato Watchmen temevamo che Lindelof fosse preoccupantemente vicino alla seconda ipotesi, a stagione (e serie?) terminata possiamo invece affermare con soddisfazione che la realtà era ben altra: l’autore di The Leftovers e cocreatore di Lost aveva in mente una storia da raccontare nel mondo creato da Alan Moore e ha fatto tutto il possibile per portarla allo spettatore nel miglior modo possibile. Riuscendoci.

Watchmen prende il mondo del fumetto (lasciate stare il film) e lo amplia senza andare a minare quanto raccontato da Moore e Gibbons ma anzi usandolo come base per dire qualcosa di completamente nuovo e in molti casi complementare. Il coraggio di Lindelof e della sua squadra di autori è stato molteplice: non solo, come dicevamo, l’affrontare un’opera che già aveva avuto un adattamento opinabile, ma anche il prendersi i propri tempi senza lasciarsi sedurre dalla necessità di conquistare lo spettatore con frettolosità e colpi di scena nei primi episodi.

Non stupisce che l’anteprima fattaci avere da HBO racchiudesse i primi sei episodi sui nove totali, perché quei sei rappresentano una lunga preparazione volta al gran finale che si dipana nei restanti tre, quando i dubbi vengono svelati, quando verità che non pensavamo potessero essere da rivelare vengono portate alla luce, quando anche gli apparenti punti deboli diventano punti di forza.

I primi cinque capitoli sono una lunga disposizione dei pezzi sulla scacchiera, volta più a raccontarci il mondo che a definire cosa davvero dovremo aspettarci. Scopriamo quindi quell’universo tanto simile eppure tanto distante dal nostro, una realtà in cui la presidenza Redford ha portato a un primo passo verso il riconoscimento dei torti subiti dalla comunità nera (uno per tutti, centrale dall’inizio alla fine, lo sterminio di Tulsa) ma che al contempo ha generato una crescente frustrazione da parte dei suprematisti bianchi, che hanno fatto loro – travisandoli come spesso accade – il volto e i messaggi di Rorschach. La rappresentazione della piccolezza e pericolosità di questi individui è uno dei punti di forza della scrittura di Lindelof. Non esiste un momento in cui si possa provare empatia per persone che si ribellano solo per aver perso il diritto di non dover chiedere scusa degli orrori passati, come bambini viziati che battono i piedi di fronte a qualcuno che li costringa a prendere atto delle loro responsabilità. Un paragone immediato, voluto e necessario verso il mondo che ci circonda, sempre più pieno di simili individui che si lamentano di idiozie come “razzismo verso i bianchi” o verso le persone etero o verso qualunque altra categoria da sempre dominante che non vuole perdere il proprio trono macchiato di sangue e oppressione.

Ma Watchmen non è il racconto di uno scontro con dei villain, siano essi i suprematisti di Cyclops o l’inquietante e riuscita Trieu: Watchmen da una parte si riaggancia al messaggio sulla pericolosità del potere già presente nell’opera originale e dell’altra è il racconto del rapporto col passato e della necessità di pagare i nostri debiti e far guarire le nostre ferite, che si sia normali esseri umani, supereroi in pensione o individui pressoché divini.

Il passato è un’arma narrativa potente nelle mani di Lindelof, che lo modella a proprio piacimento. Come suggerimenti nei primi episodi, a strizzare l’occhiolino ai vecchi lettori ma anche a suggerire che c’è molto di più di quanto possiamo immaginare. Come vero e proprio viaggio nella mente e nel mondo altrui tramite l’utilizzo della droga Nostalgia (così chiamata anche nella versione originale). Come strumento narrativo classico eppure non prevedibile nella gestione della storyline di Ozymandias, che solo negli ultimi due capitoli finisce non solo per avere senso ma per incastrarsi alla perfezione nel quadro complessivo.

E il tempo, la sua interconnessione, è forse uno dei personaggi più importanti dell’intera serie, raccontato alla perfezione attraverso la percezione di Dr. Manhattan. Chi ha letto il fumetto sa bene quanto il personaggio sia distaccato, sempre più lontano dal sentire umano, incapace di provare più interesse per gli organismi complessi rispetto a singoli atomi e molecole. Eppure, in piena dicotomia, ciò che di lui è rimasto Jon Osterman continua a vivere e aver bisogno di esperienze personali, forse proprio per rimanere in qualche modo legato alla sua residua umanità. Ma la percezione di Jon non gli permette di vivere da essere umano, lui vive fuori dal tempo o, meglio, il tempo per lui non esiste: tutto è, è stato e sarà contemporaneamente. Se su carta quest’idea era resa semplicemente dalle parole di Manhattan e dalle reazioni di chi interagiva con lui, Lindelof va oltre e ci fa vivere la sua percezione in un episodio come A God Walks Into Abarb che raggiunge se non l’apice sicuramente il podio della serie.

Attraverso una regia perfetta, stacchi ottimamente gestiti e tempi impeccabili lo spettatore finisce per vivere sulla propria pelle ciò che è la percezione di Jon/Dr. Manhattan e per capirne finalmente il dramma personale. Un uomo, con desideri umani, racchiuso nel corpo di un dio quasi onnipotente che, per questo motivo, vive costantemente ogni singolo istante della propria vita simultaneamente. Un dramma che strazia nel suo ultimo momento di vita, quando prima di morire rivela ad Angela che in quel momento sta rivivendo tutti i momenti che hanno vissuto insieme. Letteralmente.

È proprio Angela l’elemento cardine attorno a cui tutto ruota. Non tanto come Sister Night, identità segreta usata più per sviare che per dare sostanza, quanto come fulcro nelle vite di Jon, di Will e anche dell’intera Cyclops. Centrale senza averne iniziale consapevolezza. Vittima delle azioni altrui e, paradossalmente, di tutti coloro che ha amato o che avrebbe voluto amare. Vittima indiretta delle azioni di Dr. Manhattan in Vietnam, di Will come Hooded Justice che ha finito per allontanare la propria famiglia, di Crawford che l’ha tenuta vicina solo per poter arrivare a Jon.

Una vittima che si trasforma in soggetto di catarsi, che finisce per permettere la chiusura di ogni cerchio e di iniziare la guarigione delle ferite – personali e non – che troppo a lungo sono rimaste coperte.

La scena finale rimane sospesa per questo motivo, per lasciare aperta la porta a qualunque ipotesi nella nuova vita di Angela e di un mondo in cui le vestigia del passato rappresentate da Ozymandias, Dr. Manhattan e lo stesso Cyclops sono forse finalmente cicatrici in via di guarigione.

Citavamo sopra la storyline legata a Adrian Veidt/Ozyamandias. Iniziata come la più debole e meno interessante, tanto sopra le righe da risultare quasi fastidiosa e irritante, il suo riallacciarsi al resto aggiunge significato e chiavi di lettura al complesso narrativo. Che Veidt sia sempre stato un individuo senza scrupoli non è una novità. Lo sterminio per una forma di bene comune è ciò che l’ha caratterizzato nel testo originale e che ancora rappresenta la sua cifra identificativa, un po’ come una versione individuale e malata della Psicostoria di Isaac Asimov. Il suo distacco dall’umanità, ben maggiore rispetto a quello di Jon, nasce non dai poteri ma dalla sua consapevolezza o convinzione di essere superiore al resto degli esseri umani: una convinzione ancora più radicata nel momento in cui si trova davanti a individui creati esclusivamente per rendere omaggio e servire, che vengono così ridotti a mera carne da macello. Letteralmente.

Eppure anche il suo comportamento aberrante ha un significato volto alla sua stessa sopravvivenza mentale e fisica che lo porta a essere al posto giusto nel momento giusto e a fare ciò che gli riesce meglio: salvare il mondo a scapito di vite altrui, siano esse innocenti o meno, inclusa quella della propria figlia.

Ozymandias e Dr. Manhattan sono anche qui come nel fumetto originale facce diverse della stessa medaglia. Da un lato l’umano distaccatosi dai suoi simili per presunzione, dall’altra il dio diviso tra un corpo onnipotente e un animo che desidera solo vivere da uomo. Una segregazione cercata e volontaria che però desidera l’appagamento dell’ego contrapposta a un’umanità soffocata da ciò che è e non è più.

Era un brav’uomo. Ma con ciò che poteva fare, ha fatto troppo poco

Visto da fuori, Jon è colpevole di non aver fatto abbastanza, di non aver migliorato il mondo dove avrebbe potuto. La mancata comprensione da parte del mondo della condanna dei suoi poteri, che portano con sé una consapevolezza che rende il tutto il resto irrilevante, lo rende ancora più solo. Dio da pregare per alcuni, da disprezzare per altri, da rimproverare per altri ancora, da fagocitare per gli assetati di potere.

Chiunque desideri il potere di un dio non dovrebbe averlo.

Ozymandias non ha mai cercato il potere di  Jon – pur, probabilmente, essendo in grado di ottenerlo se avesse voluto – perché nella sua mente amorale c’è sempre stata la consapevolezza che quel potere era nelle mani dell’unica persona di sua conoscenza in grado di gestirlo: qualcuno che non l’aveva mai desiderato.

Come si sarà capito, tanto e troppo ci sarebbe ancora da dire su una serie che è riuscita a fare l’impensabile: aggiungere una storia funzionante e importante a un’altra che già, di suo, era sostanzialmente perfetta.

Dovremmo prolungarci parlando delle scelte musicali parti integranti degli episodi (tipo l’uso di sole canzoni a tema blu nel succitato A God Walks Into Abar), del gioco di geometrie e immagini a costante richiamo e inseguimento, dei mille inside jokes che si rifanno alla serie originale, degli stessi titoli di testa immersi nell’introduzione dell’episodio e, ovviamente, dell’eccellente cast. Dovremmo estrapolare le altre decine di messaggi e simbologie. Dovremmo, sostanzialmente, scrivere un’analisi scena per scena di nove episodi che entrano di diritto nella storia della televisione seriale, fumettistica o meno.

Chiudiamo invece sottolineando come Lindelof abbia già detto che questa serie è stata studiata per essere racchiusa nei nove episodi trasmessi: aveva una storia da raccontare e l’ha raccontata e anche se non esclude che HBO possa volere fare nuove stagioni con altri showrunner o che lui stesso in futuro possa tornare a raccontare altro, ora le idee sono tutte lì a nostra disposizione e quell’ultima scena, come già accennato, non è un cliffhanger, bensì un’apertura lasciata allo spettatore perché la riempia in autonomia.

Noi, sempre critici verso le serie protratte inutilmente e le stagioni monche, non possiamo che apprezzare questa scelta, consapevoli di avere assistito a uno dei migliori prodotti seriali degli ultimi anni.

Aries

Finché potrò continuerò ad osservare. Finché osserverò continuerò ad imparare. Finché imparerò continuerò a crescere. Finché crescerò continuerò a vivere.

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