Trent’anni dopo

E quindi sono trent’anni, vero?

Non posso dire che sembra ieri, è una frase fatta ed è falsa, falsissima. Trent’anni sono tantissimi. Più di metà della mia vita, l’età o poco meno di alcune mie amicizie. Tante vite in mezzo che ho quasi perso il conto. E tutto è iniziato quando tutto è finito, quando la vita che pensavo essere più o meno definita davanti a me è crollata, quando papà è tornato dall’ospedale alle due di notte e mi ha detto “non doveva lasciarci soli”.

È finita quando nei mesi successivi ho dovuto fare i conti con ciò che significava. Con tuo fratello che invece di consolarmi e supportarmi veniva a piangere guardando la poltrona dove ti sedevi. Io 22 anni, lui 63. O col giorno in cui ho dovuto dire a papà “o ti dai una smossa o ti prendo a calci in culo”. Io 22 anni, lui 61.

E ci ho provato, all’inizio, a seguire più o meno la stessa strada. Ho provato a dare esami, a fare una vita simile, ma tutto si è sgretolato in fretta. Iniziare a lavorare per non gravare sulla pensione di mio padre (ce ne sarebbe da dire, non qui, non ora), capire chi e cosa potessi essere o diventare. A volte ci sono riuscito, spesso ho dovuto sbagliare, riprovare, costruire, distruggere, riprovare. A volte lo faccio ancora. Trent’anni dopo.

Ci riflettevo prima, quando vedendo la story con la nostra foto (ma tu neanche sai cos’è una story, vero? Trent’anni fa non c’erano) una persona mi ha risposto che ricorda una donna fantastica. E sì, questa persona ai tempi ti conosceva, ma questa persona non è comunque nella mia vita, non davvero (lo so, sembra una contraddizione, ma sono trent’anni e tu i social non li hai mai conosciuti): è breve il passo, da lì, a rendermi conto che nessuno che sia davvero nella mia vita ora ti ha mai conosciuta. Il che significa che nessuno che sia ora nella mia vita ha conosciuto me a quei tempi. Un po’ come dire che quel Sergio non esiste se non nella mia memoria. Un po’ come dire che, nel tempo, quella versione di me ha iniziato a morire con te.

Qualcun altro mi ha scritto che saresti fiera di me. È bello pensarlo, ma non sono certo sia vero. O, meglio, sono certo che ti vanteresti tantissimo di me, delle cose che ho fatto e faccio, ma che altrettanto non capiresti molte mie scelte, la mia etica, le mie convinzioni. Già allora iniziavamo a rendercene conto, già allora io stavo diventando diverso e, paradossalmente, stavo diventando ciò che avevate creato, ma non ciò che vi aspettavate. Ho detto tante volte che io alla fine sono stato un incidente di percorso. Che tu, voi, mi avete insegnato tante cose e io a quelle cose ho creduto, le ho fatte mie, ci ho costruito la base di ciò che sarebbe venuto dopo. Eravate voi a crederci un po’ meno, a mostrarle più che viverle, apparenza più che sostanza. Il risultato? Che stava già diventando difficile capirmi, capirci.

Volerci bene no, quello non lo è mai stato. Nonostante le litigate, nonostante i contrasti, nonostante tutto, il bene non è mai mancato. Anche se i traumi me li sono portati dietro e solo grazie a me (e alla mia psicologa) sono riuscito quanto meno a tamponarli. Non so se risolverli, ma tamponarli spero di sì.

Quindi chi sono io ora? Cosa ti sei persa in trent’anni? Di cosa dovresti essere fiera? Provo a raccontartelo, che dici?

Ho costruito il mio lavoro. Da zero, quando ciò che mi arrivava non sembrava fatto per me, ci ho provato. In modo assurdo, irresponsabile, facendo anche due lavori in parallelo. Ma sono passati 27 anni da quando ho iniziato e sono ancora qui. Capiresti la scelta di essere freelance? Non lo so. Ma è la mia e per quanto spesso mi causi paure e frustrazione, resta la più adatta a me.

Ho insegnato. Prima corsi serali in giro per la provincia con cinque portatili in un borsone, poi aziende, scuola, università. Ho scoperto che mi viene bene. Se faccio il conto ho insegnato negli anni a ben più di un migliaio di persone. Pazzesco, vero?

Ho imparato. Quanto ho imparato. Dai miei errori. Da quelli di chi mi circonda. Dai tuoi errori (e quanti ne hai fatti). Dalla semplice voglia di imparare. Imparo ogni giorno. Che sia perché assorbo nozioni o perché studio o perché – di nuovo – non so fare diversamente. E sì, ne vado fiero.

Per dire, sto provando a studiare cinese, ora.

Ho tagliato i ponti. Tante volte. Ho deciso che ciò che siamo ora non può pagare il prezzo di ciò che siamo stati. Ma ho anche perso persone senza che volessi davvero. Amicizie a cui tenevo e che si sono dissolte. “Migliori amici” che non lo sono stati realmente. “Ci sarò sempre” diventati silenzio. Va bene così, anche questo va messo in conto.

Tra l’altro, sai cugini e zii? Ecco, non li ho più visti, se non a qualche funerale. Neanche quando il mondo si è fermato, neanche a chiedermi come stessi. Pazienza.

Sono amico. Di chi lo merita. Di chi c’è. Di chi sento. Di chi percepisco. Sono amico come vorrei che le persone fossero amiche con me. A volte succede, tante altre no, ma quando capita è un dono immenso di cui sono così grato.

Ho amici e amiche. Persone che mi amano, mi stimano, si preoccupano per me, mi rispettano. Sai bene quanto questo contasse per me quando eri viva, figurati quanto conta ora. E quando ho avuto un bisogno disperato di aiuto, più persone di quanto avessi immaginato si sono fatte avanti. Non lo scorderò mai.

Mi sono sposato. Ho divorziato. Due volte. Una meglio scordarla. L’altra resterà sempre una delle mie persone preferite al mondo.

Ho amato. Ho amato tanto, il più possibile, mettendoci me stesso, essendo sempre disposto a farmi male pur di tentare. E di male me ne sono fatto parecchio. E ne ho fatto, lo so, anche se spero quanto meno di essere stato perdonato. Ho amato sapendo che è l’unico vero motivo di esistere. Ho amato e amo nell’unico modo che so fare. Completamente.

Sono stato amato. Più di quanto pensassi possibile. Anche ora, da una persona che è arrivata nella mia vita nel modo più assurdo immaginabile e che dimostra che si può essere presenti costantemente anche a migliaia di chilometri di distanza.

Ho conosciuto i miei fratelli. E al riguardo avrei tante di quelle cose da dirti. Ma non qui, non ora. Ma li ho conosciuti e anche se li vedo poco, tengo molto a loro. Veramente tanto.

Sono diventato tante cose e ognuna di queste è parte di me. Scrivo. Faccio podcast (e di nuovo, che ne sai? Trent’anni fa non c’erano). Divulgo. Diffondo ciò che so come e quando posso. E le persone mi ascoltano. E questo non smetterà mai di stupirmi.

Ah, sai quando ti dicevo che scrivo? Beh, ho scritto anche dei racconti. E un romanzo. Non è stato pubblicato, purtroppo, ma esiste e chi l’ha letto l’ha gradito. Pensa un po’ che roba.

Ah, sono stato in radio. Più di una volta. E ho intervistato autori e attori. Con le mie sole forze e di chi era in quel momento nello stesso progetto. Merito anche della faccia da culo che probabilmente ho ereditato proprio da te.

E ti ricordi le mie passioni? Quelle che ti e vi sembravano stupide, solo un modo per accontentare un figlio che alla fine era sempre in casa? Beh, sono quelle che mi hanno permesso di farmi conoscere e apprezzare da tantissime persone, più di quanto immaginassi. Ricordi? Una volta ti parlai di Lucca, perché ne avevo letto su una pagina della posta dell’Uomo Ragno. Sembrava così lontana. Un sogno l’idea di andarci, di partecipare a una fiera del genere come appassionato. Beh, ora non solo ci vado ogni anno, ma sono stato sul palco. Due volte. E ora ci vado come stampa.

Ho viaggiato. Sono stato tre volte a New York. Vado a Londra ogni volta che posso. Come fosse una casa via da casa. Sì, io. Hai presente quando dubitavi che davvero capissi l’inglese? Eh già.

Vivo ancora a casa nostra. Sembra pazzesco. Ma non credo la riconosceresti più e probabilmente neanche ti piacerebbe, perché l’ho fatta mia. La vostra camera è la mia. La mia vecchia camera è ora il mio studio. E sì, c’è ancora il marmo, ma le pattine sono solo un brutto ricordo del passato.

Mi sono fatto male. Emotivamente, sì, ma anche fisicamente. Ho rischiato di non camminare più. Ho rischiato la vita. Ma me la sono cavata, almeno per ora.

Ho preso e perso peso tante di quelle volte che ho perso il conto. E ho dovuto cercare di venire a patti col modo in cui tu stessa sei riuscita a ferirmi al riguardo.

Ho curato la mia salute mentale e la scelta di iniziare un percorso con una psicologa è una delle migliori che abbia mai fatto.

Sono diventato vegetariano. Lo sono da tredici anni. Sì, io che non mangiavo verdure, proprio io.

Sono femminista. Ed è assurdo pensare che di te ricordo alcune delle peggiori frasi agli antipodi di tutto ciò in cui credo. Per fortuna quelle non le ho imparate. E questo è sicuramente uno degli argomenti su cui litigheremmo di più, oggi.

Non ho più avuto cani dopo Lupo e Lucky, ma di gatti ce ne sono stati tanti. Funi se n’è andato pochi anni dopo. Ma ci sono stati Miele, Stitch, Zen, Poldo, Sheppard, Sissi, Sasha. E mi hanno salvato più di quanto possa spiegare.

Ho pianto. Tanto. Per te. Per papà. Per le persone che ho amato e perso. Per il senso di colpa verso Stitch, per la morte di Zen, per video che toccano ferite. Per solitudine e paura. Ho pianto. Piango. E penso che sia forse uno dei doni più grandi che mi tengo stretto, saper piangere.

Devo andare avanti? Non so, come comprimi trent’anni in questo modo? Come comprimi più vite in pochi paragrafi?

Forse tutto ciò che potrei dire è che ho fatto del mio meglio, ho cercato di essere una persona decente e che spero di esserci riuscito. Non so se ha ragione chi dice che saresti fiera. Mi piace pensarlo. Io cerco di esserlo ogni giorno, anche quando non mi piaccio.

Trent’anni. Tu non conosci quest’uomo e il ragazzo di 22 anni che ti ha salutato l’ultima volta quel sabato mattina non esiste più e so per certo che quello che sono oggi nasce anche dal fatto che tu non ci sei più da quel giorno. Ho fatto pace anche con questo. Ma non toglie che oggi e non solo provo tanta invidia per chi può dire “stasera sono a cena dai miei”, o anche solo “ho sentito mia madre al telefono”.

Così ti ho scritto.

Ciao, come sempre, ovunque tu sia.

Aries

Finché potrò continuerò ad osservare. Finché osserverò continuerò ad imparare. Finché imparerò continuerò a crescere. Finché crescerò continuerò a vivere.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Consenso ai cookie GDPR con Real Cookie Banner