Road to 53

Mi rendo conto di usare Substack in modo forse anomalo. Non ho giorni di uscita precisi, non ho argomenti singoli, non c’è nulla di costante qui dentro se non me stesso. Insomma, uso Substack esattamente come uso il mio blog (e, anzi, in questo momento sono costantemente allineati, perché comunque mi piace che ciò che scrivo sia anche presente su qualcosa di unicamente mio).

Non che la continuità sia di per sé un problema e, anzi, è uno strumento che permette di scrivere meglio e stimolarsi: anni fa ho scritto per sfida un post al giorno per un anno, fu interessante, a volte frustrante, sicuramente stimolante. Ci provai di nuovo qualche anno dopo, ma poi lì la vita ebbe il sopravvento e la testa proprio non c’era.

Tutto questo per dire che sono felice di chi legge, sono felice di chi arriva e che spero che questo mio modo di condividere sia per voi interessante e non ostico.

Proseguo.

Undici giorni fa è stato il mio compleanno. 52. Cinquantadue. Fa effetto scriverlo. Ripeto sempre che l’alternativa a invecchiare è molto peggiore, ma inutile far finta di non sentire l’effetto del pensiero che il tempo davanti a me è minore di quello dietro di me. Ed è ancora più strano il rendermi conto che quando i miei genitori avevano la mia età io avevo rispettivamente 13 e 15 anni.

E quest’anno, forse l’ho già detto, non ero sicuro di voler festeggiare. Alcuni eventi delle settimane prima mi avevano amareggiato e ferito, mi sentivo come se davvero non valesse la pena, per la prima volta in vita mia, di celebrare e coccolarmi.

Poi ho ricevuto un cazziatone da chi mi vuole veramente bene e mi sono dato una regolata.

Ho cenato con amici che mi dimostrano sempre il bene che mi voglio, ho trascorso una serata semplice e divertente e mi sono preso il giorno completo per me stesso, come ogni anno, arricchito dal passare il tempo con un’altra amica cara.

Ho ricevuto pensieri da chi era lontano, che contano sempre tantissimo, non tanto per il regalo in sé (che fa piacere, ovviamente) quanto per il concetto del “siamo lontani, ti voglio bene, voglio esserci per te in qualche modo”.

E in questi giorni sto ascoltando e guardando intorno a me. Sto cercando di aggrapparmi al bello che vedo per contrastare l’orrore che ci circonda, ma anche il dolore, il vuoto, lo smarrimento che mi sono compagni troppo spesso, nell’ultimo anno e più.

Perché sì, se guardo il mio cinquantaduesimo anno di vita e anche il cinquantunesimo vedo tanto, tantissimo dolore, perdite, paure, rabbia, delusione, tradimento emotivo. Vedo ferite riaprirsi ogni volta che stavano guarendo. E al contempo vedo il mio cercare di venire a capo di una salute che stava andando pericolosamente male. Vedo tutto senza neanche il bisogno di rielencarlo, per quanto si è stratificato su di me.

Se non ti spiace ciò che leggi, valuta di iscriverti. No, non ho intenzione di metterlo a pagamento.

Così mi sto guardando intorno ora, oggi.

Il bene di quegli amici, vicini e lontani.1

La salute che sta migliorando.

Il mio riappropriarmi di momenti della giornata per sfuggire al burnout che avevo raggiunto a inizio anni.

Il mio organizzare due giorni a Londra con un amico.

Le tante letture che sto riuscendo a fare.

Le mie pesti feline. Sempre e comunque.

I pranzi che ogni tanto faccio coi miei fratelli solo per il piacere di stare insieme.

I complimenti per come scrivo, per qualche episodio di podcast, per ciò che cerco di essere come uomo femminista in un modo che cerca di rendere “femminismo” una parolaccia (e intanto sdogana “fascismo”, perché la merda mica può limitarsi)

Ed è bello.

Senza mezzi termini, è bello.

E ancora più bello è il pensiero che tra una settimana verrà a trovarmi una persona che vive dall’altro capo del pianeta. Ottomila chilometri. Per vedere me. Come posso non sentirmi fiero, onorato e lusingato da qualcosa del genere?

Cinquantadue anni.

Non sono neanche lontanamente dove pensavo o speravo di essere.

Il mondo non è neanche lontanamente ciò che speravo sarebbe stato.

Non ho idea di cosa porteranno a me e al mondo il prossimo mese, ma neanche le prossime ore.

Non voglio mentirmi o fare finta che tutto vada bene, non è così, ma non posso e non voglio permettermi di non tenere stretto il bello, riconoscerlo, valorizzarlo, assaporarlo.

Giulia Blasi ci ha scritto un libro sopra (leggetelo, che merita, anzi, leggetelA sempre, che merita), ma poi bisogna fare proprio il concetto. A volte faccio più fatica. A volte la stanchezza e la mancanza di energie prendono il sopravvento. Ma poi ce la si può fare. Magari dopo un cazziatone di chi ti vuole bene. O dopo un “vaffanculo, sai che c’è? Ora mi prendo queste ore per me”. O con qualcuno che decide che vuole passare il suo tempo con te: non serve che arrivi da 8.000km, bastano otto metri. O una notifica su un cellulare che dica “ti penso”, “come stai?”, “ti voglio bene”, “mi manchi”. Ce la si può fare. Magari insieme.

Per cui sì, non sono felice, ma sto meglio. Molto meglio. E finché potrò mi ci aggrapperò con tutte le mie forze.

Fine sproloquio, road to 53.

1

incrociamo le dita, universo, non ti sto sfidando, giuro

  1. incrociamo le dita, universo, non ti sto sfidando, giuro ↩︎

Aries

Finché potrò continuerò ad osservare. Finché osserverò continuerò ad imparare. Finché imparerò continuerò a crescere. Finché crescerò continuerò a vivere.

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