Ingarbugliato

Una matassa ingarbugliata. Questa è l’immagine che mi è venuta fuori poco fa parlando con un’amica. È quello che più rappresenta la mia mente e il mio stato d’animo in questo periodo.

È tutto così tanto, tutto troppo, che ogni singolo filo di pensiero si attorciglia sugli altri, si annoda, prende vita propria e probabilmente si diverte anche a farmi il dito medio.

E intendo a ogni livello. Vediamo benissimo cosa sta succedendo intorno a noi, la direzione che questo mondo sta prendendo. Se non si ha paura, vuol dire che non si sta guardando con attenzione. E al contempo vedo/vediamo il totale scollamento dalla realtà di così tante persone che si finisce per chiedersi come e quando sia stato possibile che si prendesse questa piega. Quando ogni argomento è diventato una tifoseria? Quando la realtà è diventata una nota a margine? Quando l’etica, nel senso più ampio del termine, è diventata se va bene un concetto antiquato? Quando abbiamo definitivamente validato che la fama e la visibilità sostituissero la competenza e la correttezza? Che fossero quelli i marchi di garanzia da riconoscere, apprezzare e ricercare?

E poi le morti. Di persone conosciute, meno conosciute, vicine, meno vicine, non ha importanza. Quell’ineluttabilità che ti fa ricordare ogni singola fottuta volta di quanto il capitale di tempo che abbiamo è limitato, sconosciuto e in costante calo.

Di quanto dovresti cercare di essere una persona decente anche solo perché il tuo ricordo resti nel cuore di chi rimane. Che poi dovresti esserlo a prescindere, ma se non basta quello, provarci quanto meno perché è l’unica cosa che può restare di noi dopo di noi. Il ricordo.

E questa ineluttabilità si scontra poi con la solitudine di certi giorni, con la sensazione di sprecare il potenziale di amore che potresti dare e ricevere ma che no, oggi non è per te, domani forse, poi vediamo.

Poi.

Poi.

Poi.

Il “poi” che ragazzine in una scuola in Iran non potranno vedere mai, perché hanno avuto la colpa di essere nel paese sbagliato nel momento sbagliato nell’epoca sbagliata.

Senza contare i bambini di Gaza, ma lì poi dovrei definire la parola bambini che si sa può essere male interpretabile. Si sa.

Il “poi” che Zoe Trinchero si è vista rubare perché colpevole di aver detto no.

Però, dai, alla fine è sufficiente dire “no alle guerre” e far passare i nomi delle vittime su uno schermo dopo aver normalizzato la gelosia e passa tutto.

Poi.

Poi si vedrà.

La prossima volta.

Magari l’8 marzo, giusto per dire che le donne non si toccano, però ci vorrebbe anche la festa dell’uomo, perché se no un giornalista in conferenza stampa può dire che non esiste il patriarcato perché in casa sua comanda sua moglie.

Ecco, visto? Sto perdendo il filo.

E finisci per chiederti quanta importanza abbia davanti a tutto questo il tuo bisogno di calore umano. Che importanza ha? Che importanza hai?

Per l’universo probabilmente nessuna.

Per i tuoi amici sicuramente abbastanza, per qualcuno addirittura molta.

Per te stesso ancora di più, in teoria. Ma resti tu, con te stesso e con le gatte. E tant’è.

E ti ingoi magari l’ennesimo trigger, che alla fine ti stanchi anche di farlo notare. E va bene così.

E di nuovo il filo sfugge.

E allora ti aggrappi al bello.

Al bello dello scambiare pensieri, parole, cazzate e momenti seri in modo quotidiano.

Al bello di essere accolto nella vita di persone speciali con talenti immensi. Di vedere i loro successi e ammirarle e chiederti come sia possibile che ti vogliano bene e ti stimino così tanto.

Al bello di sapere che qualcuno c’è, che la mia bolla è piena di gente che mi fa ricordare che ancora non ci siamo estinte, noi persone che cercano di essere decenti e magari anche di diffonderlo.

E tutto si attorciglia in mente, senza la capacità di districare. Tra chi c’è, chi manca, chi vorresti ci fosse, chi magari ancora non conosci, chi probabilmente non conosci più.

E un mondo che ti fa sentire defraudato. Cresciuto sognando Asimov e catapultato in Dick. O peggio. Probabilmente peggio.

E scrivi.

E finisci per non metterci neanche tutto, perché figuriamoci se riesci a prendere ognuno di quei fili

Scrivi, comunque, per districare.

E non ci riesci, ma almeno ci hai provato.

E provarci, oggi, è forse il massimo che possiamo fare.

Aries

Finché potrò continuerò ad osservare. Finché osserverò continuerò ad imparare. Finché imparerò continuerò a crescere. Finché crescerò continuerò a vivere.

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