Un altro banale post di fine anno

Ha senso scrivere l’ennesimo post di fine anno, soprattutto per qualcuno che ha sempre ribadito che per lui il vero Capodanno è la fine dell’autunno? Ha senso quando i social si riempiono di wrapped, di riassunti del proprio anno, tutti uguali, tutti sorridenti, tutti a mostrare quanto sono stati bravi e hanno raggiunto cose e sono felici?

Ha senso quando alla fine ciò che hai vissuto in un anno lo sai solo tu e, guardandoti indietro, finisci anche per renderti conto di quanto lontani siano certi momenti, di quanto alcune emozioni si sfochino – qualcuna più velocemente di altre – e alla fine ciò che sei ora, una rivoluzione del pianeta dopo, è sì il risultato dei 365 giorni precedenti, ma al contempo è qualcosa di legato pesantemente al qui e ora?

Sinceramente? Non lo so.

So che se mi lamento di non scrivere abbastanza, allora forse è il caso di prendere una qualunque occasione valida per farlo. O qualunque occasione anche non valida e renderla tale, cercando di ritrovare l’esercizio, un po’ come sto cercando di fare con la caviglia (altro omaggio di questo 2025 di cui avrei fatto a meno piuttosto volentieri).

Quindi eccomi.

Un me stesso sicuramente più diverso a quello di un anno fa di quanto avrei immaginato.

Ho perso tanto, quest’anno. Troppo, forse. Ho attraversato lutti emotivi più o meno grandi e con qualcuno devo ancora capire se l’elaborazione è terminata. Ho dovuto accettare che delle cure che stavo facendo non stessero funzionando, rendermi conto che avevo risposto fiducia nelle mani sbagliate. Sono arrivato sfinito a dicembre, fisicamente, mentalmente ed emotivamente.

Ma, ne parlavo poco fa al telefono con una (nuova) amica, è arrivato anche tanto e non posso e non voglio passarlo sotto gamba. Ho curato qualcosa che avrebbe potuto uccidermi. Si sono rafforzati legami. Si sono create amicizie istintive dal nulla che sono diventate improvvisamente fondamentali. Ci sono stati momenti di divertimento, di gioia, di cazzeggio, di risultati, ma anche momenti collegati di stanchezza, amarezza e delusione.

Mi sono visto, e questo non lo sottolineerò mai abbastanza, in tanti sguardi altrui e ho scoperto stima e affetto che spesso mi hanno stupito.

Ho conosciuto persone belle, tanto, e sentirsi visto e riconosciuto e apprezzato è un dono inestimabile.

Anche solo quest’ultimo giorno dell’anno si conclude con una bella colazione con una persona che non conoscevo fino a poche settimane fa, una telefonata con una persona incontrata a Lucca, messaggi in una chat con un’amica fondamentale e un’altra altrettanto fondamentale che un anno fa non sapevo esistesse e si chiuderà con una serata con persone a cui voglio bene che conosco da qualche anno e qualcuno che conosco da tre settimane. Un mix di vecchio e nuovo che forse è il sunto pIù evidente di questi dodici mesi.

E, ancora, dicembre – nonostante il nostra rapporto a dir poco difficile – si è concluso con abbracci tanto inaspettati quanto apprezzati, parole di amicizia, presenze impreviste, riconoscimenti di parole e sguardi, doni di chi ti conosce e sa dimostrartelo anche solo con un gesto.

Quest’anno è stato difficile, difficile per me, difficile per il mondo e il 2026 mi fa solo paura. E proprio quando abbiamo paura, proprio quando tutto sembra buio e opprimente e senza speranza, proprio in quel momento, ricordarci e riconoscere il bello che abbiamo e c’è stato e c’è forse può aiutarci. Magari non salvarci, ma aiutarci. Il che non significa doversi accontentare, io sono incapace geneticamente di accontentarmi, ma riconoscere. Stringere a sé. Fare rete con chi ci ha dato bellezza perché probabilmente è anche grazie a loro che siamo arrivati alla fine, che fine non è, ma amen, facciamo finta.

Negli anni ho spesso fatte mie le parole di auguri di Neil Gaiman, ma il 2025 mi ha tolto pure lui nel modo più disgustoso possibile, per cui dovrò trovarne di mie e forse questo lungo post serve solo a questo.

A ricordare a me e voi di aggrapparci al bello che abbiamo o che vediamo, a crearlo noi stessi anche se è difficile, soprattutto se è difficile, a diffonderlo, a stringerci, a fare rete con chi ci dà calore, ad ascoltare chi ha qualcosa da dirci, a dire alle persone ciò che di prezioso vediamo in loro. Parliamo, sorridiamo, abbracciamo, baciamo, amiamo. Freghiamocene di cosa penseranno gli altri, facciamo ciò che ci fa stare bene nel rispetto della sensibilità di chi ci circonda, ma senza permettere a nessuno di soffocare la nostra anima. Riconosciamo la sostanza dall’apparenza, togliamo tempo e spazio a chiunque non ci garantisca la prima e non fidiamoci di chi sbandiera la seconda.

Lo ripeto e non è una cosa detta da me in primis, ma il tempo è il nostro unico vero capitale ed è l’unico che diminuisce giorno per giorno e di cui non sappiamo la quantità residua. Non diamolo per scontato. Non buttiamolo con chi non lo merita. Smettiamo di pensare che ci sarà tempo un giorno per fare quella cosa che desideriamo, dire quelle parole, andare in un posto. Magari sì, ma magari no. Sia chiaro: non è vero che se vuoi puoi, non raccontiamoci palle, ci sono tanti motivi per cui volere non è abbastanza, ma è vero che a volte ci diciamo di non potere perché abbiamo paura di volere. A volte è più rassicurante. 

Ecco, forse l’unica cosa che posso augurarvi è di far sì che qualunque modo decidiate di investire il vostro tempo, con qualunque persona decidiate di farlo, valga la pena in termini di calore, gioia ed emozioni.

Solo questo.

Proviamoci.

Buon 2026.

E a tutte le persone che ci sono state, che ci sono, che sono arrivate: grazie. Vi voglio bene.

Aries

Finché potrò continuerò ad osservare. Finché osserverò continuerò ad imparare. Finché imparerò continuerò a crescere. Finché crescerò continuerò a vivere.

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