The Handmaid’s Tale: i semi della resistenza

La seconda stagione di The Handmaid’s Tale, pur mantenendo una qualità generale elevata, aveva sollevato alcuni dubbi sulla direzione intrapresa dalla serie, con troppi momenti dedicati esclusivamente alla crudeltà gratuita e alcune scelte narrative non del tutto condivisibili, a partire da quel finale che vedeva June affidare la piccola Nichole a Emily e tornare in Gilead con l’intenzione illusoria di recuperare anche Hannah.

Night, il primo dei tre episodi proposti come un’unica soluzione in questo nuovo inizio, parte esattamente da dove eravamo rimasti e ci mostra quanto le intenzioni di June fossero anche più illusorie del previsto. Pur – svogliatamente – supportata da Lawrence, il tentativo di recuperare la giovane si rivela immediatamente fallimentare, facendoci temere in uno spiacevole ritorno allo status quo precedente e, di conseguenza, a un circuito narrativo fine a se stesso.

Fortunatamente, Bruce Miller sembra aver recepito le critiche ricevute dopo la stagione precedente e inizia a impartire un cambio di rotta non netto, ma sicuramente percepibile. Night rappresenta, da questo punto di vista, il punto di svolta che fa da tramite tra il prima e il dopo della tentata fuga.

Sebbene alcuni dubbi sulla congruenza narrativa di questa sezione permangano (incluse le mancate conseguenze nei confronti di Nick), lo svolgimento soddisfa a dovere le intenzioni dello sceneggiatore. Il ritorno alla normalità, fortemente voluto da Waterford, è quanto di più lontano e indesiderabile per chiunque altro. Serena ha rinunciato a una figlia amata profondamente anche se non sua pur di garantirne la sicurezza, June ha alzato la testa e deciso di voler reagire, Nick stesso ha preso posizione. Waterford è incapace di gestire una qualunque situazione in cui la sua autorità non venga garantita per assegnazione e il suo non saper agire di fronte alle due donne che si consolano ne evidenzia, di nuovo, la piccolezza.

Fred è l’emblema di buona parte degli uomini alla base di Gilead, potenti soltanto se quel potere viene loro riconosciuto da chi è stato sottomesso con forza e inganno, ma inabili nel momento in cui devono mostrare il loro valore.

Non per niente mentre lui cerca di proseguire alla ricerca di quella normalità apparente dissolta da tempo, Serena dà fuoco al letto e alla casa chiudende definitivamente un ciclo, seppure ancora non sia chiaro in che direzione procederà il prossimo. Meravigliosamente simbolico è l’utilizzo di I don’t like mondayscome colonna sonora della scena.

Il passaggio successivo è il trasferimento, in Mary and Martha,  di June ai comandi, con poco stupore, di Joseph Lawrence, abbandonando quindi il nome assegnato Offred, sostituito da Ofjoseph.

Il personaggio interpretato da Bradley Whitford è senza ombra di dubbio una delle novità migliori e con maggiore potenziale della serie. Non si sta parlando, infatti, di un semplice comandante con alcuni dubbi morali: qui si tratta di uno dei pilastri di Gilead, i cui libri sono alla base stessa della terribile nazione. Il fatto che un personaggio come Lawrence non sia un fanatico come quelli finora incontrati ne aumenta la tridimensionalità e l’interesse, ma ciò non significa che sia con certezza un alleato.

L’impressione che si ha – rafforzata anche da diversi scontri verbali con la stessa June – è di un contrasto tra il bene superiore a cui l’uomo afferma di aspirare e quel livello più basso – e umano – che tocca le vite degli altri. Le sue teorie, che non rinnega, causano sterminio e abomini nella realtà e queste conseguenze lo toccano, anche se non è possibile determinare quanto.

Lawrence, come dice lo stesso Waterford, è un uomo difficile da leggere, capace di magnanimità ma anche di forti gesti di umiliazione psicologica nei confronti di chi lo contrasta: una scena in cui mortifica June davanti agli altri comandanti è disturbante tanto e forse più di alcune torture subite dalla donna nelle stagioni passate.

Dove si voglia andare a parare con il personaggio e le sue dinamiche con June è tutto da vedersi, ma quello che è certo è che la nuova posizione dell’ancella le permette un’evoluzione in direzione di quella resistenza ancora troppo lontana. Le Martha si stanno dimostrando elemento centrale in quest’ottica – come avevamo già potuto vedere con la fuga di June – e il loro aiuto si rivelerà fondamentale. O, forse, l’aiuto che June potrà dare loro imparando come e quando agire.

Watch Out mostra proprio l’inizio di questo percorso, costringendo la donna ad abbandonare la propria autoproclamata superiorità morale per sporcarsi le mani nel tentativo di aiutare la lotta clandestina. Sotto quest’ottica, scegliere chi salvare tra un ampio numero di donne altrimenti condannate può sembrare un gioco a interpretare dio, ma si rivela la strada per sfruttare l’abominio in nome, di nuovo, di un bene più grande.

È indiscutibile che il trasferimento di June sotto Joseph sia funzionale al farle abbandonare parte di quell’egoismo e di quella stupidità di cui è stata tacciata da Nick, da Lawrence e dagli stessi spettatori, per farle imparare a costruirsi secondo le esigenze, come lei stessa afferma.

Quanto questo percorso sarà effettivamente lineare e otterrà risultati, è ovviamente presto per dirlo.

June, Lawrence e i Waterford non sono però gli unici personaggi su cui questi tre episodi si soffermano. Se, infatti, nel primo assistiamo solo alla conclusione (con qualche scelta narrativa opinabile) della fuga di Emily, nel secondo ci viene mostrato un pregevole approfondimento sul ritorno alla normalità di chi ha vissuto troppo a lungo in una situazione come quella di Gilead.

Partendo dalla domanda dell’agente di frontiera, necessaria per garantire alla donna l’accoglienza in Canada, tutto diventa un costante contrasto tra passato e presente, tra un mondo che sembrava non esserci più e un altro che non avrebbe mai dovuto esistere.

Emily viene accolta incredula da un rispettoso applauso in ospedale, trattata da essere umano per la prima volta da anni, sottoposta a visite mediche volte al miglioramento della sua vita e non semplicemente all’utilizzo del suo corpo a fini riproduttivi. La difficoltà di accettare una normalità a cui si era rinunciato per disperazione è meravigliosamente reso da una sempre più brava Alexis Bledel, che in ogni suo gesto o espressione trasmette le emozioni del personaggio.

L’utilizzo di Luke come contrasto può sembrare gratuito, ma è necessario a mostrare varie sfaccettature psicologiche. In primis la difficoltà dell’uomo nell’accettare la sua – oggettiva – inutilità: non può salvare la donna che ama, si ritrova con una figlia nata da lei e, per quanto ne sa, da uno stupro rituale e ha davanti a sé una donna che le ricorda costantemente la moglie ancora perduta.

Se ciò non bastasse, il focus sul suo tentativo di mandare via Emily è un promemoria su quanto sia difficile far comprendere un trauma a chi non l’ha vissuto sulla propria pelle: per quanto si possa cercare di ascoltare, assorbire e capire, l’esperienza diretta è un qualcosa che non può essere trasmessa e Luke pecca pesantemente nel non rendersene conto.

L’impressione generale che si ha dopo la visione di questi primi tre episodi è quindi di una serie che sta cercando di accelerare, compatibilmente con la sua natura, e di mostrare qualcosa di più di Gilead e del mondo circostante. Tale scelta ha il pregio di allontanare, potenzialmente, scene di violenza gratuita e di stimolare maggiormente la curiosità dello spettatore, ma dovrà essere mantenuta e curata affinché il risultato sia quello sperato.

Al contempo, la rinuncia – almeno per il momento – ai flashback che hanno caratterizzato le precedenti due stagioni sembra da un lato voler simbolicamente affermare che per andare avanti si deve smettere di voltarsi e recriminare su come sono andate le cose, ma rischia di togliere una componente narrativa di forte impatto.

Per il momento possiamo ritenerci soddisfatti della direzione intrapresa.


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Aries

Finché potrò continuerò ad osservare. Finché osserverò continuerò ad imparare. Finché imparerò continuerò a crescere. Finché crescerò continuerò a vivere.

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