Provare a respirare

L’ho detto e ne ho scritto: a dicembre sono andato pericolosamente vicino al burn-out e a gennaio rischiavo di non essere da meno. Impegni lavorativi, stress personale, pensieri, il mondo che comunque fa mediamente schifo. Tutto contribuiva e contribuisce.


Nelle ultime settimane poi l’umore è stato colpito da momenti non piacevoli, che hanno contribuito ulteriormente a farmi sentire come tutto fosse troppo. Come se io fossi a mia volta troppo per questo mondo. Troppo da accettare, troppo da tollerare, troppo da accogliere. Il tutto nonostante le tante persone che mi vogliono bene, che mi stimano, nonostante le mie gatte, nonostante un lavoro che sì, può essere stressante, ma mi fa campare. Non navigo nell’oro, ma vivo decentemente e da tempo questo è un privilegio non da poco.


Ma non stavo bene, al punto che stavo mettendo in discussione anche il festeggiare il mio compleanno e chi mi conosce sa quanto questa frase sia significativa, tant’è che appena l’ho pronunciata con un paio di persone care mi sono beccato un cazziatone non da poco. Completamente meritato, ovviamente, che i cazziatoni fatti da chi ti vuole bene e davvero li fa perché ti vuole bene e sa qual è il tuo bene (ripetizione assolutamente voluta) sono doni che troppi hanno disimparato ad accogliere.


Non stavo bene, dicevo.
Poi, venerdì scorso, il mio essere stato prudente con le stime lavorative ha comportato un effetto collaterale imprevisto. Tre ore.
Tre ore libere perché avevo terminato prima ciò che mi ero prefissato. Tre ore che avrei potuto dedicare a portarmi avanti sulla settimana successiva, ma poi mi sono fermato e mi sono chiesto perché avrei dovuto farlo? Perché avrei dovuto sprecare tre ore improvvisamente libere per investire in lavori non urgenti solo per portarmi avanti? Portarmi avanti per cosa? Per avere tempo libero la settimana successiva, che poi magari avrei impiegato per portarmi avanti per quella dopo e così via? Da cosa è nata questa smania di sfruttare il tempo libero non per viverlo ma per anticipare altri impegni? Sicuramente il mondo in cui viviamo, in cui la produttività è spesso l’unica unità di misura del nostro valore, non aiuta e io ci aggiungo un imprinting dei miei genitori a cui non bastava avere il figlio secchione, nerd e bullizzato: era anche fondamentale che non se la godesse troppo e che quindi se un pomeriggio aveva meno da fare doveva imparare a – appunto – portarsi avanti. Che poi, non lo nego, è una caratteristica che spesso torna comoda per non farsi trovare impreparati, soprattutto quando hai a che fare con chi tende a procrastinare tutto: certo, poi si innesta un meccanismo perverso per cui chi procrastina lo fa serenamente perché sa che c’è chi si porterà avanti scaricando quindi un sacco di peso sulle sue spalle, ma già sto divagando troppo, magari ne riparleremo.


Quindi venerdì mi sono fatto una bonaria violenza e ho detto che no, non c’era motivo di portarmi avanti e quindi potevo prendermi quelle tre ore. E l’ho fatto. Sono uscito. Ho camminato un sacco. Sono andato in un negozio a prendere qualche accessorio per il modellismo. Ho camminato ancora. Mi sono seduto al parco Martesana a leggere un paio di capitoli di Project Hail Mary, ho camminato ancora, mi sono fermato con calma a fare la spesa, sono tornato a casa, l’ho messa via e mi sono preparato la cena.


E in tutto questo sono stato bene.
Ho respirato. Ho fatto mio ogni istante. Mi sono permesso di non avere fretta.
Mi ha fatto bene.
Ha risolto le cose che non vanno? No, per niente. Ma mi ha donato qualche minimo di carica in più e quando si è in riserva anche quel poco in più ti sembra tantissimo.

Così questa settimana ho poi fatto il mio ma ho iniziato a guardare il venerdì con un’ottica diversa. Ho cercato non di sovraccaricarmi durante la settimana per liberarlo, ma di dare aspettative di consegna ai clienti che mi permettessero di rifarlo. E così è stato. Oggi ho pranzato con un amico e poi sono andato in giro a fare la spesa. Mi sono preparato un sacco di verdure per cena. Ora sto scrivendo, poi leggerò o guarderò qualcosa.

E respiro.
E ho deciso che il mese di aprile e, spero, di maggio saranno così. In parte sono facilitato: il 6 è festa e il 13 è il mio compleanno (segnatevelo, se viva, gli auguri fanno sempre piacere), giorno in cui non lavoro mai. La settimana prossima mi terrò libero venerdì pomeriggio e così cercherò di fare tutte le successive.
E lo so, sono già immensamente privilegiato perché posso farlo, perché il mio lavoro me lo permette. So bene che molte persone non possono e magari mi staranno anche mandando a quel paese, ma il mio concetto qui è un altro e l’ho già espresso a dicembre: il tempo è il nostro. Se è disponibile non dobbiamo impegnarlo per sentirci utili. Non dobbiamo sentirci in colpa perché ce lo concediamo. Dobbiamo anzi scusarci con noi stessi quando non lo facciamo.


Questo mondo ci ha addestrati a soffocare e a essere grati per questo. Non c’è niente di più liberatorio e dissidente del ricominciare a respirare. Anche solo per un’ora. Anche solo per mezz’ora. Respirare. Fermarsi.


E celebrare un compleanno anche se non si sta bene come si vorrebbe, che anche quello ricarica (e una cazziata mi è bastata).

Aries

Finché potrò continuerò ad osservare. Finché osserverò continuerò ad imparare. Finché imparerò continuerò a crescere. Finché crescerò continuerò a vivere.

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