Di come un B-Movie mi abbia fatto singhiozzare

Non so di preciso dove andrà questo post, ma è da ieri notte che ho bisogno di scriverne, per cui spero abbiate pazienza.
Ieri notte ho pianto. Ho singhiozzato. E l’ho fatto vedendo un film non particolarmente bello e, anzi, pieno di elementi molto problematici di cui sono assolutamente conscio, ma che vorrei mettere da parte qui e ora. Sono presenti, sono evidenti, lo so, ma non è questo il punto.
Era forse il 1986, più o meno. Avevo dodici anni. E, credo, su Italia 1 passò la pubblicità di questo film che aveva un trailer diverso da quelli che guardavo di solito, qualcosa che mi incuriosiva, non so neanche io perché, forse l’ironia che si percepiva, forse quel titolo “Dr. Creator, specialista in miracoli” (anche se poi mi infastidì che il personaggio non si chiamasse davvero Creator, ma va beh).
Lo amai. Amai quell’attore che mi rapì, non sapendo prima di allora chi Peter O’Toole fosse (giovane stolto), amai la storia, amai le battute, amai quel romanticismo agrodolce e quella voglia di vivere e di amare di Boris, il personaggio di Vincent Spano.
Ma, credo ora col senno di poi, mi colpì anche il rapporto col lasciare andare, col riuscirci e soprattutto col non riuscirci.
Ieri sera, in un momento di umore basso, ho deciso di riguardarlo dopo decenni. E, dicevo, ho singhiozzato non sapendo benissimo neanche perché, motivo per cui ne sto scrivendo.
Ci saranno spoiler, ovviamente.
Creator ha una trama sicuramente molto anni ‘80. Harry Walper (Peter O’Toole) è un premio Nobel ultracinquantenne che per trent’anni ha perseguito – più o meno di nascosto – un solo obiettivo: trovare il modo di clonare la sua amata moglie morta trent’anni prima, probabilmente durante il parto o per complicazioni legate ad esso. Trent’anni di solitudine, legati all’incapacità di lasciare andare l’unica cosa veramente importante della sua vita, persa troppo presto.
-She was something
-She was everything
Lo conosciamo insieme a Boris (Vincent Spano), studente universitario sognatore e maldestro, il perfetto assistente per un ricercatore universitario che i più gentili definiscono eccentrico e i più ostili pazzo furioso.
Walper è un uomo amareggiato, stanco, disperato, ma al contempo buono, ironico, fuori di testa, dissacrante: quel classico mix geniale che poteva (e può) colpire qualcuno come me, ma anche qualcuno come Boris e come Meli, la giovane che entra nella vita di Walper per donare i proprio ovuli per la clonazione e ci resterà perché infatuata di lui (sì, lo ripeto, so benissimo quanto sia problematico).
Boris è casinaro, intelligente, affascinato da Walper e innamorato perso di Barbara, che impiega poco a ricambiare il sentimento, in un crescendo fin troppo veloce ma che per gli anni era la normalità narrativa.
Il film li segue. Segue il tentativo di Walper di clonare sua moglie nella speranza di riavere ciò che ha perso, segue l’amore crescente di Boris per Barbara, segue quello di Meli – piena di vita e fuori di testa – per Walper, tra scene assurde, divertenti, a volte cringe, e un O’Toole che non sarà stato all’apice della carriera, ma resta sempre O’Toole, accento incluso.
E in questo seguirli vediamo il parallelo. Walper vede in Boris ciò che era lui e Boris, di suo, vorrebbe diventare come Walper. Ma non è questione lavorativa: Walper vede nell’amore di Boris per Barbara lo stesso che provava lui per Lucy: gli inizi, lo scoprirsi, il legame che cresce. Vedendo Boris capiamo il dolore di Walper, perché quando vivi qualcosa di così bello come puoi accettare che finisca così presto? O che finisca e basta?
– Sai, Harry? Io voglio diventare come te
– Non so se il mondo sia pronto per due di me
Poi tutto crolla.
Il progetto di Walper viene fermato.
Meli se ne va perché stufa di non essere vista.
Barbara ha un’emorragia cerebrale e i medici vogliono staccare la spina.
Ed è l’ultimo atto che ribalta e riscostruisce.
Tu qui non stai ricreando la vita. Stai ricreando la morte
-Meli
La paura di Boris di perdere Barbara risuona in Harry, che corre al suo capezzale e dà al ragazzo l’unico consiglio valido in un film anni ‘80 del genere: di parlarle, di donarle tutto il suo amore, di esserci, perché sarà l’unico modo di farla risvegliare prima che la stacchino dalle macchine.
Ma ancora prima è Boris a risvegliare Harry da trent’anni di dolore mal gestito.
Sai, ci ho pensato. Se potessi riportare Barbara indietro come tu vorresti fare con Lucy, lo farei? Ma no. Non sarebbe Barbara. Sarebbe qualcun altro. Non ci sarebbero quei momenti sulla spiaggia. Quelli sono stati un caso del momento. E io passerei la vita a cercare di ricreare un caso, un incidente. Non sarebbe Barbara. Barbara sarebbe morta.
E Walper capisce. Finalmente, dopo trent’anni, capisce e prima di darsi una possibilità con Meli attende il tramonto sulla spiaggia, vede davanti a sé l’immagine di Lucy e le dice addio.
Meli ti piacerebbe. Ti piacerebbe un sacco. Ti ho amata e ti amerò sempre, ma mi rendo conto che amo anche Meli. Ti prego, lasciami andare. Lasciami vivere.
E alla fine Barbara si sveglia. All’ultimo momento, come prevedibile in un film così. E quando Boris esce dall’ospedale, Harry è lì, su una panchina, ad aspettarlo. E lo sguardo in questa immagine dice tutto. Perché Harry conosce il dolore che avrebbe atteso Boris e vederlo “salvo” in qualche modo salva anche lui, perché quel dolore non si augura a nessuno, soprattutto a qualcuno che ami come un figlio. L’inizio di questo post mostra l’abbraccio subito dopo, per dire.

Il tutto accompagnato da una musica che è bastarda a sufficiente per farmi bagnare gli occhi dai primi minuti
Ora. Io mi sono di nuovo emozionato anche adesso, scrivendone e faccio fatica a identificare il perché. Non è certo il primo film che parla di argomenti del genere e non è sicuramente quello che lo fa meglio.
Ma quella difficoltà di lasciare andare ciò che ci ha resi felici e completi, di proseguire con la nostra vita tenendo il ricordo ma guardando avanti, è qualcosa che risuona violentemente, così come la perdita, la maledetta perdita che io personalmente ho vissuto già da quella età (mio zio morì nell’85, devastando mia madre), ma che troppi di noi sanno benissimo cosa significa.
Ci sono quattro miliardi persone su questo pianeta. E io mi sento solo.
Perdita fisica, perdita emotiva, poco importa, la perdita è tale e il lasciare andare può essere devastante.
E poi la speranza. La speranza di un amore giovane e fresco, spontaneo come può essere solo quando i carichi ancora non ci sono. La speranza di una nuova vita quando sei rimasto ancorato troppo a lungo alla vecchia. La rassegnazione che diventa disperazione che diventa rinascita.
Non lo so.
Non so veramente cosa abbia risuonato. Probabilmente anche il legame col me stesso di allora, ancora dall’altra parte di questa vita che tanto, tantissimo ci ha dato, ma anche tanto, tantissimo si è presa.
Allora non sapevo quanto difficile fosse lasciare andare, ora lo so, l’ho vissuto, in parte lo vivo.
Allora ero Boris o mi piaceva l’idea di essere lui, di amare così, di essere amato così. Oggi vedo Warper e lo capisco. Non sono lui, ovviamente. Ma lo capisco. E il suo dolore è in me.
E forse sta tutto lì.
E in quella maledetta musica.
