The Handmaid’s Tale: 3×13 Mayday

Con questo tredicesimo episodio si conclude la terza stagione di The Handmaid’s Tale lo fa tirando bene alcune fila e meno bene altre, ma proponendo comunque una conclusione meno aperta di quanto avevamo pronosticato.

La previsione più errata è stata quella relativa a Lawrence, che non ha avuto alcun moto di vendetta nei confronti di June e che, anzi, ha sancito – dopo qualche minimo tentativo di ribellione – il cambio di potere in casa.

Il momento del confronto tra i due conclude  il percorso di caduta della donna e lo fa in modo non del tutto soddisfacente: il suo rendersi conto di aver superato una linea morale puntando la pistola a una bambina di dieci anni non la redime in alcun modo dalle azioni presenti, come il riconoscimento di quanto accaduto e il suo tornare a essere, da quel momento in poi, eroina dell’episodio non rende secondo noi giustizia alle vittime delle sue azioni.

L’espressione di follia di June è portata a un tale eccesso da superare il punto oltre il quale risulta credibile, così come si fa fatica a digerire il suo ennesimo ritorno a una forma di normalità. Troppo lunga la caduta e troppo veloce la risalita perché funzioni davvero, ma finiamo per accettarlo in nome della narrazione più ampia.

Come c’era da aspettarsi, il piano non procede in modo pulito: troppe variabili, soprattutto umane, lo mettono a rischio e buona parte dell’episodio finisce per essere una costante attesa di cosa lo farà crollare definitivamente.

Fortunatamente gli autori hanno deciso di permettere agli spettatori di ottenere almeno una soddisfazione parziale e la riuscita della fuga porta con sé uno dei momenti più belli della serie, con la liberazione dei bambini e un incontro con un padre perduto che rappresenta forse un colpo basso ma che apprezziamo come luce di speranza.

Qui è dove potrò vestirmi come voglio?

Il secondo momento di soddisfazione arriva col nuovo (definitivo?) arresto di Serena. Abbiamo sempre sottolineato le abilità manipolatorie della donna e stavamo per assistere a un suo ennesimo successo con la preannunciata liberazione da parte del governo canadese. Serena, però, non è mai stata solamente vittima, bensì una dei primi carnefici di Gilead e la sua fuga non è altro che un modo per ottenere favori, non un segno di redenzione: vederla libera sarebbe stato uno schiaffo in faccia alle sue vittime e, di conseguenza, gli spettatori e gli autori ne erano ben consci.

La punizione arriva invece per mano di chi Serena stessa ha sottovalutato: non avendo più nulla da perdere, Fred la condanna con accuse schiaccianti e, soprattutto, vere. L’abbiamo detto già nello scorso episodio: Waterford è un omuncolo senza spina dorsale, ma non è stupido e sa cosa dire per aggirare l’immunità garantita alla moglie e trascinarla nel fango.

Non crediamo sia l’ultima volta che sentiremo parlare dei due, ma quanto meno ci gustiamo questa caduta con tonfo annesso.

– Avevi detto che non saresti stata un problema.
– Ho mentito.

Che June non sarebbe partita si sapeva da tempo. Un po’ per sue stesse dichiarazioni, un po’ perché non ci sembra che gli autori siano intenzionati a portarla al di fuori di Gilead. Ciò che non è chiaro è quali strade vogliano percorrere dopo gli eventi finali. Ci troviamo un Lawrence a rischio di fucilazione, June ferita al basso addome (e quindi potenzialmente non più fertile?), un gesto di ribellione avvenuto con successo.

Dovessimo sperare liberamente ci augureremmo un notevole cambio di prospettiva: June fuggiasca o quanto meno fuori dal giro delle ancelle, Lawrence a ripulire, come avrebbe voluto sua moglie, una ribellione in reale crescita; ciò che temiamo, invece, è un ritorno alle origini come già visto all’inizio di questa stagione: June reinserita sotto Lydia e assegnata – come in qualche modo annunciato – a un altro Comandante e magari Lawrence fucilato. Un reset già visto e che, sinceramente, non ci meritiamo.

Si chiude così una stagione che, pur avendo ancora una qualità quanto meno discreta, ha mostrato una serie di difetti che vanno assolutamente corretti in futuro: in primis l’incapacità di portare avanti la narrazione con un ritmo costante e accettabile, proponendo un numero eccessivo di episodi fini a loro stessi e dannosi nei confronti del personaggio principale; aver atteso tanto per dare allo spettatore un assaggio di ciò che era stato promesso è stata, a essere buoni, una scelta azzardata che non ha fatto bene allo show.

Da migliorare anche la gestione logica degli eventi. Troppe cose avvengono per scelta della sceneggiatura e non per logicità e altre, che sarebbero potenzialmente sensate, sono affrettate e non fanno in tempo a prendere la forma dovuta. Si pensi all’improvviso utilizzo della seconda Martha di casa Lawrence in questo episodio, oppure al raffazzonato modo di definire il piano: prima c’era bisogno di un camion senza il quale non si sarebbe potuto fare nulla, poi all’improvviso si scopre che l’aeroporto è vicino (nessuno si era fatto la domanda prima?) e che ci si può andare a piedi.

E ancora: che fine ha fatto Nick? Davvero è stata usata la scusa del fronte solo per farlo uscire di scena, non avendo più una funzione utile? Oppure si preannuncia un suo ritorno nella quarta stagione?

Sono forse sottigliezze, ma che denotano un’incapacità di focalizzarsi su dettagli che diventano portanti nello svolgimento della trama.

Ciò che invece va riconosciuto agli autori è di avere scritto un episodio con alcuni dei dialoghi migliori della stagione e forse della serie, che sfiorano la metanarratività ma che ricordano l’importanza simbolica di ciò che la serie mostra.

[pullquote]Ora serve un nuovo percorso di punizione per Gilead[/pullquote]

Quello che ora serve è un abbandono della pornografia dell’orrore e un percorso che porti alla punizione del male e al ritorno della civiltà: per tre stagioni ci è stato mostrato ciò che l’essere umano può diventare in uno specchio sempre meno deformante della realtà attuale, ora abbiamo bisogno di vedere che si può tornare indietro.

Che c’è speranza, anche dopo Gilead.

Aries

Finché potrò continuerò ad osservare. Finché osserverò continuerò ad imparare. Finché imparerò continuerò a crescere. Finché crescerò continuerò a vivere.

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