Il ballo
Negli anni più volte mi è stato chiesto “ma tu non vorresti un figlio?” e ogni volta la risposta più “giusta” (a parte “fatti i fatti tuoi”) che mi è venuta da dare è stata che un figlio, quando lo si fa, deve avere tutta la nostra attenzione, diventare centrale nella nostra vita, dobbiamo essere disposti a rinunciare a tutto per lui. Lui è il futuro, noi siamo il passato e siccome io ho ancora troppi sogni, troppi desideri per me stesso, non sarebbe giusto nei miei e nei suoi confronti.
Ecco, la signora Kampf, una dei protagonisti di questo libro, è l’esatto esempio di cosa può accadere in caso contrario.
Proletaria arricchita all’improvviso grazie a un colpo di fortuna del marito, la signora in questione ha un solo desiderio: rivalsa. Rivalsa verso coloro che considerava indegni delle fortune che avevano, rivalsa verso una giovinezza sprecata, rivalsa verso ciò che ritiene le spetti di diritto.
La figlia? La figlia è un peso, un ostacolo, un rischio, non di certo un suo pensiero se non per sfruttarla o lamentarsi.
Ecco quindi giungere l’occasione per “sfondare” in società: un ballo. Un ballo enorme, in cui verranno invitate tutte le persone che contano, indipendentemente dal fatto di conoscerle o meno, che piacciano o meno. Contano, sono ricche, fanno parte dell’alta società. Questo conta. E poi qualcuno della vecchia vita, giusto perché senza l’invidia del passato la ricchezza del presente non ha motivo di esistere.
E la figlia? La figlia in un ripostiglio a dormire, che non deve rubare la scena.
Ma succede qualcosa e tutto va a rotoli. L’ostacolo potenziale, con la rabbia e l’istintualità che solo una quattordicenne frustrata può avere, diventa sgambetto reale e certi sogni così inutili e fragili cadono a pezzi.
Una punizione per la madre, certo. Una punizione non cercata, ma di certo arrivata.
Ma anche una condanna per la figlia perché, checché ne dica il colophon, Antoinette (questo il nome della ragazza) non si vendica volontariamente e, soprattutto, non è esente da quel mondo inutile e superficiale che tanto detesta nella madre.
Antoinette è furente perché da questo mondo viene esclusa, perché il suo ruolo è rubato dalla madre, non perché le sembri davvero vuoto tutto ciò.
Antoinette poteva salvarsi, ma alla fine viene avvolta dallo stesso squallore della madre.
Antoinette diverrà sua madre.
E il padre? Il padre non esiste se non come mezzo di ricchezza, come elemento di fondo e solo alla fine alzerà lievemente la testa.
Inutilmente, troppo tardi.
Nessuno si salva, perché nessuno, se non ha all’origine qualità reali, può sperare di comprarle a suon di denaro.


Più leggo la tua recensione più mi vien voglia di tornare fra le braccia della Nemirovsky! Devo recuperare presto con un suo romanzo 🙂
Quanto mi piace farti questo effetto 😉