La gabbia arredata

Pochi giorni fa ho pubblicato una nota che ha avuto un po’ di like, qualche condivisione e qualche risposta. Ovviamente la cosa non può che farmi piacere, perché dimostra – tra le altre cose – quanto il sentire espresso velocemente da qualche parola scritta sul cellulare sia diffuso.

Però c’è una risposta che – per quanto scritta sicuramente con intenti positivi – è in realtà cartina tornasole esattamente del malessere che stavo esprimendo.

Ribadisco, prima di procedere, che in questo post non c’è alcun intento polemico nei confronti di chi ha scritto quella risposta: non ci conosciamo e, lo ripeto, sono convinto le sue intenzioni fossero positive.

Riporto qui sia la nota originale che ho già linkato che la risposta, poi aggiungo il mio ragionamento.

Sto sentendo forse ancora più del solito il peso del dover ricominciare. Complice anche una tentata porcata di un cliente l’ultimo giorno di lavoro, ma non legato solo a quello. Più i giorni passano e più le mie priorità cambiano. Voglio il mio tempo, voglio scrivere, giocare, leggere, guardare film e serie, andare a concerti, stare con amici, abbracciare, baciare, ridere, montare modellini e lego, coccolare le gatte, viaggiare, possibilmente amare. Il resto è puro furto del mio tempo e quel furto lo sento sempre più grave e pesante.

E lo so che questo sfogo è un enorme “grazie al cazzo”, ma magari ricominciare da ciò che ci serve per stare bene invece che semplicemente sopravvivere non farebbe schifo.

Questa la risposta

E se si scrivesse 15 minuti, coccolasse 3 minuti, montassero modellini lego la domenica mattina, si andasse allo spettacolo delle 15.30. Se si invitassero amici a casa per l’aperitivo, e se due giorni e due notti fossero dedicate a baci, abbracci e amore? Già mi sembra possibile 🙂

In apparenza tutto “giusto”, no? L’idea è quella di cercare di fare il più possibile nel tempo disponibile.
Perfetto.

Ma il problema e il fastidio del post originale sono proprio legati a quello.

Negli anni, nei decenni, siamo stati portati a pensare e credere che sia normale e giusto non avere tempo per noi. Che buona parte delle nostre giornate debbano essere trascorse a giustificare un’esistenza (ricordo il post che ho scritto qualche settimana fa) invece che a vivere una vita che per sua natura ha durata dolorosamente limitata.

Mi si sta dicendo, implicitamente, che sia normale rosicchiare istanti in giornate di ventiquattro ore che per buona parte del tempo sono occupate esclusivamente dal dover – lo ripeto – giustificare la propria esistenza.

Quando si sono approcciate le ferie natalizie, delle quali ovviamente sono grato anche se per me sono giorni in cui non guadagno nulla, avevo un pensiero invadente: avrei dovuto vedere molte persone che volevo vedere, ma volevo fare anche molte cose che erano in attesa da tempo, con la deduzione che no, non sarebbe stato possibile. Perché? Perché per buona parte del resto dell’anno la maggior parte del tempo è dedicato a un lavoro che spesso neanche ci appaga, ma che ci serve per sopravvivere e quindi ci si trova a dover fare tutto in quei relativamente pochi giorni in cui ci riappropriamo del nostro tempo.

E quel tempo è limitato, vogliamo ricordarcelo? Quante volte va ripetuto? Il tempo non è infinito e ogni giorno che passa in cui non facciamo qualcosa che amiamo è bruciato nel nulla.

Lo so che sembro un disco rotto, ma se oggi dovesse essere il vostro ultimo giorno di vita sareste soddisfatt* di ciò che avete fatto ieri? Di aver rubato tre minuti di coccole, per citare la risposta? Certo, meglio di zero, ma l’asticella è così bassa ormai?

Quello che mi sembra assurdo è doverlo ribadire: lo so bene che viviamo in un sistema che ci porta in questa direzione, che rende sopravvivere sempre più difficile, figuriamoci vivere, che alimenta sperequazioni costantemente. E so anche che, in questo sistema, io resto ancora almeno in parte privilegiato, sicuramente rispetto a chi in questo momento fa fatica a sopravvivere.

So benissimo tutto questo e il problema sta proprio qui: lo so, ne sono cosciente e ogni giorno che passa lo trovo più insopportabile.

Io non voglio essere grato o accontentarmi delle briciole di un tempo che è il mio solo vero capitale in vita. Io voglio vivere. Non voglio giocare a tetris con “quindici minuti di scrittura”, “tre di coccole” – che poi quanto sono tristi tre minuti di coccole? – e incastri vari.

Tra l’altro, ma qui scendo un secondo più sul personale, non me ne vogliate, quella risposta denota un altro aspetto quanto meno superficiale: è vero che quando si scrive in pubblico ci si espone parzialmente, ma almeno qui mi piacerebbe che chi legge riflettesse anche su ciò che sa della persona che sta scrivendo e se questo è poco (com’è normale che sia) non si dessero per scontate cose che non lo sono. Nel caso specifico: chi dice che io già non ritagli il più possibile il tempo a disposizione per ottimizzare? Sono un freelance, sono un esperto di ottimizzazione dei tempi. Dare per scontato che non sia così da un post che esprimeva tutt’altro rischia di essere offensivo anche – ripetiamolo – se non sono queste le intenzioni.

Ovviamente questo mio ragionamento non vuole neanche significare che allora non dovremmo lavorare: di nuovo, so bene in che società viviamo. Il concetto è quello di equilibrio tra vita privata, tra benessere mentale e personale, tra la felicità personale e quello che dovrebbe essere esclusivamente il mezzo di sostentamento per permetterci di fare il resto e non, al contrario, l’occupazione quasi totale delle nostre giornate che ci lascia solo le briciole di cui godere e di cui – questa è la cosa più mi irrita – quasi ci viene detto che dobbiamo ringraziare.

Se dopo la pandemia tante persone, soprattutto nelle generazioni più giovani, si sono licenziate o hanno cercato di cambiare stile di vita: perché si sono rese conto che l’equilibrio era completamente inesistente e che il loro benessere mentale era più importante.

Questo è il mio focus e, deduco, quello di tante persone che hanno ricondiviso.

Poi, ovviamente, cerchiamo di fare il più possibile con ciò che abbiamo, ma possiamo evitare di considerarlo normale e indiscutibile?

Siamo stati inseriti pian piano in una gabbia. Possiamo (e già lo facciamo) cercare di arredarla per renderla più gradevole, ma io ho una certa idiosincrasia per le gabbie.

Aries

Finché potrò continuerò ad osservare. Finché osserverò continuerò ad imparare. Finché imparerò continuerò a crescere. Finché crescerò continuerò a vivere.

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